da consumarsi preferibilmente entro
venerdì 18 gennaio 2013
lunedì 24 settembre 2012
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Abbelliamo le nostre case. Facciamo sì che il nostro guscio sia più piacevole alla vista, a quella degli altri, e alla nostra...una sottile venatura di timore del giudizio altrui che però ci ostiniamo a negare. Ma le abbelliamo, le nostre case, anche e soprattutto per convincerci che ci sia qualcosa di nostro, di duraturo, su questo pianeta. Un modo come un altro per sentirci meno senza senso e senza appartenenza.
Vorrei tanto riuscire a distaccarmi, anzi, vorrei non essere mai stata attaccata alle cose. Vorrei riuscire sempre a guardare le persone mentre a loro volta guadano vetrine e case e giardini e lampade e vestiti e che invidiano, che desiderano e vorrei poter ridere di loro e delle loro futili manie. ma non sempre ci riesco.
Vorrei sentirmi aria e attraversare i loro capelli e posarmi sulle loro ciglia e guardare dove guardano i loro occhi e sapere che a me non serve niente di tutto quello che loro desiderano.
E vorrei essere nulla, non avere peso. non sentirmi zavorrata e ancorata a terra. Poter vedere le cose dall'alto. vedere le righe create con cura per dividere i capelli, scorgere i triangoli di carne dei loro nasi. E altre volte, invece, vorrei avere freddo, e poi caldo, e poi sete e poi fame. vorrei essere posseduta dai più elementari desideri. Arrivare al nocciolo e tagliare tutte le ramificazioni.
venerdì 18 maggio 2012
Credo ci sia un momento per tutti, o forse più d'uno, in cui si fa un po' il punto della situazione. E viene voglia di scrivere a persone sparse, a rivangare cose sepolte e finire e a chiedere scuse o a semplicemente dire quello che non si è mai detto, a qualcuno. Ecco. Sono in quel momento. Ed è bello. è come se si chiudessero tutti i cerchi aperti della vita vissuta fin'ora. O almeno l'intenzione è quella. Una sorta di reset.
E subito dopo, viene voglia di scappare lontano, ma non per fuggire da qualcosa. Solo perché si ha voglia di qualcosa di nuovo, quando i gesti sono esauriti, quando si hanno soddisfatto questi bisogni di "far sapere", senza comunque attendersi nessuna risposta. Per il puro piacere di farlo. Per sentirsi bene e in pace col mondo. Lo si fa. Punto. e una volta fatto, si lascia la pagina quasi bianca, per scrivere altri mille racconti inediti.
giovedì 3 maggio 2012
notte di maggio
a volte hai bisogno di sentirti invincibile, ma non sempre riesci. anzi. più vai avanti, più senti di essere vulnerabile, in balìa di correnti che non senti tue, che non ti appartengono. e alle quali, però, non sai ribellarti. non riesci più a nuotare controcorrente, è come se non ne avessi le forze, l'energia necessaria. anche se sai che non è così. se ci fosse anche solo il minimo cambiamento o il minimo avvenimento che dall'esterno ti desse la spinta necessaria a fare quel passo, a mollare tutto, allora, pensi, saresti pronto a farlo. a buttarti. e invece, non fai altro che aspettare, alla fine. aspettare esattamente quel "qualcosa d'altro" da te, quel qualcosa che ti alleggerisca dal carico di sensi di colpa, di pesantezza per le possibili delusioni altrui, per la mancanza di corrispondenza alle aspettative. ma quel qualcosa non sembra arrivare mai. ma in fondo, lo sai, che in realtà non è solo apparenza. lo sai, che quel qualcosa non arriverà davvero mai, se tu non farai la prima mossa. ma forse crogiolarsi nell'idea che ci sia un "destino" avverso a te, che esistano delle mancate possibilità che per qualche oscuro motivo a te, proprio a te, sono negate, beh, aiuta a sentirsi meno infedeli a se stessi. e più fedeli agli altri.
martedì 24 gennaio 2012
Jas
Finire una serata piangendo mentre guidi.
Perché sei felice.
Per il semplice fatto di aver rivisto un vecchio amico che non vedevi da quattro anni e averlo trovato sempre uguale.
E' spiazzante, confortante, come non ti saresti mai aspettata.
Negli ultimi anni ho costruito una corazza, un imballaggio che uso per proteggermi dagli urti violenti, che mi permette di attutirli.
Ma gli urti buoni, quelli no. Mi stupisco come riesca a sentirli ancora. E come ancora, anzi, come ORA mi portino a piangere, per la felicità.
Anche di questo sono contenta. Del fatto che riesco ancora a stupirmi delle cose buone. E che riesca ancora a riconoscerle. E ad assaporarle.
Perché sei felice.
Per il semplice fatto di aver rivisto un vecchio amico che non vedevi da quattro anni e averlo trovato sempre uguale.
E' spiazzante, confortante, come non ti saresti mai aspettata.
Negli ultimi anni ho costruito una corazza, un imballaggio che uso per proteggermi dagli urti violenti, che mi permette di attutirli.
Ma gli urti buoni, quelli no. Mi stupisco come riesca a sentirli ancora. E come ancora, anzi, come ORA mi portino a piangere, per la felicità.
Anche di questo sono contenta. Del fatto che riesco ancora a stupirmi delle cose buone. E che riesca ancora a riconoscerle. E ad assaporarle.
sabato 21 gennaio 2012
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Non so cosa cerco. Non so nemmeno se in questo momento sto effettivamente cercando qualcosa. Mi sento fredda, distaccata. non solo verso l'esterno, verso quello che è altro da me. anche da me stessa, a volte. è come se razionalizzassi tutto, persino i pensieri e le sensazioni che invece dovrei solo lasciar scorrere addosso e dentro.
Non trovo nulla di rassicurante. E non so neanche se voglio trovarlo. O se sono invece alla ricerca dell'esatto contrario. Dell'imprevedibilità che mi stupisca ma che non mi deluda. Ecco. un'imprevedibilità rassicurante, forse.
E non mi piace, non mi piace, essere, sentirmi così. Mi fa sembrare ai miei stessi occhi una sorta di automa, incapace di provare alcunché, persino quella curiosità che mi ha sempre spinto in avanti, mi ha sempre portato a scavare, scavare, cercando ogni volta qualcosa in più, mai soddisfatta, sembra essere scomparsa. Ma senza lasciarsi dietro alcun senso di soddisfazione. Al contrario. Una specie di buco che per quanto ci pensi e ci ripensi, una parte di me non vuole colmare. Non ne ha voglia. semplicemente. Non trova lo stimolo per cercare lo stimolo. è una spirale. un cane che si morde la coda e non ho idea di quando finirà.
Non trovo nulla di rassicurante. E non so neanche se voglio trovarlo. O se sono invece alla ricerca dell'esatto contrario. Dell'imprevedibilità che mi stupisca ma che non mi deluda. Ecco. un'imprevedibilità rassicurante, forse.
E non mi piace, non mi piace, essere, sentirmi così. Mi fa sembrare ai miei stessi occhi una sorta di automa, incapace di provare alcunché, persino quella curiosità che mi ha sempre spinto in avanti, mi ha sempre portato a scavare, scavare, cercando ogni volta qualcosa in più, mai soddisfatta, sembra essere scomparsa. Ma senza lasciarsi dietro alcun senso di soddisfazione. Al contrario. Una specie di buco che per quanto ci pensi e ci ripensi, una parte di me non vuole colmare. Non ne ha voglia. semplicemente. Non trova lo stimolo per cercare lo stimolo. è una spirale. un cane che si morde la coda e non ho idea di quando finirà.
mercoledì 1 dicembre 2010
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Il piccolo supermercato sotto casa.
Tutti i prodotti sono divisi in file ordinate. Quelli che vanno venduti di più, esattamente all'altezza degli occhi, a portata di mano. Quelli meno attraenti e meno costosi, negli scaffali dal ginocchio in giù.
La musica è banale, rassicurante. Il ritmo ripetitivo della canzone, oscillante tra il sentimentale e l'amichevole, sembra scandire i movimenti di chi involontariamente la ascolta. Nessuno si sognerebbe di fare una pazzia con una colonna sonora del genere. E non è neanche di quelle canzoni che a volte senti nei film, che proprio per la loro insulsa melodia si incastrano perfettamente con la scena di un'improvvisa rapina a mano armata. Questa musica vuole farti sentire a tuo agio. Il volume è giusto. Né troppo alto, né troppo basso. Così, se ti ritrovi a non sapere cosa dire a chi ti ha accompagnato a fare la spesa o mentre sei in attesa che ti servano al banco macelleria, non ti senti poi tanto solo o fuori posto.
Ognuno è in fila indiana con il proprio carrello più o meno pieno di cose che dovrà ingerire ed espellere dopo qualche ora. piselli surgelati. gorgonzola. biscotti con gocce di cioccolato. costine di maiale. cipolle. etti di prosciutto cotto sottovuoto. coca cola. lattuga già lavata in comode buste di plastica sigillate. bottiglie di vino. branzini. tacos. barattoli di caffè macinato.
Ogni cosa con il proprio codice a barre stampato sul lato, o sullo spigolo, quelli che la cassiera impiega circa 5 minuti a battere, provando tutte le possibili angolazioni, per poi rinunciare e inserire la serie di numeri a mano, con una certa aria indolente, da fine turno.
Ognuno nel proprio infinitesimale territorio, nella propria bolla involabile. Le barriere. Mi chiedo perchè non si riesca a percepirsi tutti come un'unico malleabile composto. Perchè non sentirsi l'uno l'estensione dell'altro. Senza blocchi o diffidenze. Perchè avere bisogno di un carrello per trincerarcisi dietro. Perchè evitare gli sguardi altrui. Perchè non concedere un sorriso in più, senza doverne avere per forza una ragione. Perchè continuare a farsi domande senza avere il coraggio di chiedere.
Volti stanchi. Che non alzano quasi gli occhi quando si trovano alla cassa a pagare quello con cui hanno stipato il carrello. Sguardo fisso sui divisori interni del portafoglio. Come se ogni risposta fosse là. Cosa mai ci sarà di tanto importante. Che blocca. Che intimorisce. Che ferma e separa.
Tutti i prodotti sono divisi in file ordinate. Quelli che vanno venduti di più, esattamente all'altezza degli occhi, a portata di mano. Quelli meno attraenti e meno costosi, negli scaffali dal ginocchio in giù.
La musica è banale, rassicurante. Il ritmo ripetitivo della canzone, oscillante tra il sentimentale e l'amichevole, sembra scandire i movimenti di chi involontariamente la ascolta. Nessuno si sognerebbe di fare una pazzia con una colonna sonora del genere. E non è neanche di quelle canzoni che a volte senti nei film, che proprio per la loro insulsa melodia si incastrano perfettamente con la scena di un'improvvisa rapina a mano armata. Questa musica vuole farti sentire a tuo agio. Il volume è giusto. Né troppo alto, né troppo basso. Così, se ti ritrovi a non sapere cosa dire a chi ti ha accompagnato a fare la spesa o mentre sei in attesa che ti servano al banco macelleria, non ti senti poi tanto solo o fuori posto.
Ognuno è in fila indiana con il proprio carrello più o meno pieno di cose che dovrà ingerire ed espellere dopo qualche ora. piselli surgelati. gorgonzola. biscotti con gocce di cioccolato. costine di maiale. cipolle. etti di prosciutto cotto sottovuoto. coca cola. lattuga già lavata in comode buste di plastica sigillate. bottiglie di vino. branzini. tacos. barattoli di caffè macinato.
Ogni cosa con il proprio codice a barre stampato sul lato, o sullo spigolo, quelli che la cassiera impiega circa 5 minuti a battere, provando tutte le possibili angolazioni, per poi rinunciare e inserire la serie di numeri a mano, con una certa aria indolente, da fine turno.
Ognuno nel proprio infinitesimale territorio, nella propria bolla involabile. Le barriere. Mi chiedo perchè non si riesca a percepirsi tutti come un'unico malleabile composto. Perchè non sentirsi l'uno l'estensione dell'altro. Senza blocchi o diffidenze. Perchè avere bisogno di un carrello per trincerarcisi dietro. Perchè evitare gli sguardi altrui. Perchè non concedere un sorriso in più, senza doverne avere per forza una ragione. Perchè continuare a farsi domande senza avere il coraggio di chiedere.
Volti stanchi. Che non alzano quasi gli occhi quando si trovano alla cassa a pagare quello con cui hanno stipato il carrello. Sguardo fisso sui divisori interni del portafoglio. Come se ogni risposta fosse là. Cosa mai ci sarà di tanto importante. Che blocca. Che intimorisce. Che ferma e separa.
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